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Due “luoghi comuni”
Per finire, alcune considerazioni su due luoghi comuni usati spesso “a sproposito” con riferimento al mercato azionario, luoghi comuni che hanno contribuito non poco a determinare ad oggi, settembre 2002, il malcontento di molti investitori.
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Il luogo comune che più frequentemente viene citato da consulenti ed investitori è che “nel Lungo Periodo l’azionario rende di più – del mercato obbligazionario - ”, sottointendendo che nel L.P. i rischi non esistono e che si può tranquillamente evitare di monitorare il proprio portafoglio in quanto basta lasciar lavorare il tempo. La realtà che si cela dietro questo luogo comune è molto più complessa e tale da richiedere almeno due fondamentali precisazioni:
1) innanzitutto l’affermazione ha una sua qualche validità se si parla di mercati azionari e non di singoli titoli, e se ci si riferisce ai cosiddetti mercati di “investimento” e non ai mercati “speculativi”[approfondimento]: basti far notare che per quanto riguarda i singoli titoli questi possono anche azzerarsi (per cui diventa impossibile parlare di recupero nel L.P.), e che chi abbia investito sul mercato giapponese agli inizi degli anni 90 si trova dopo 10 anni ancora in perdita e con ottime probabilità di rimanerlo ancora per i prossimi 10 e più.
2) In secondo luogo, l’attesa di rendimento sul mercato azionario deve essere più elevata di quella sul mercato dei titoli obbligazionari di Stato perché il rischio che mi assumo investendo in azioni è più elevato. Ma proprio perché si parla di “attesa” e non di certezza, innumerevoli sono gli esempi in questo secolo in cui a posteriori, anche per periodi “lunghi”, il mercato obbligazionario ha sovraperformato quello azionario.
Qual è allora quel “lungo periodo” a cui deve fare riferimento chi voglia investire il 100% del proprio patrimonio sul mercato azionario senza effettuare alcuna valutazione sul mercato in termini di Fondamentali? Per la risposta, non potendo prevedere il futuro, ci affidiamo all’esperienza passata del mercato USA dal 1926 al 1997 (fonte Ibbotson):
20 anni sono un periodo sufficientemente lungo per avere una ragionevole probabilità che il mercato azionario sovraperformi quello obbligazionario.
Inoltre:
a) 10 anni sono un periodo sufficientemente lungo per avere una ragionevole probabilità che al termine del periodo il mercato azionario sia per lo meno pari al livello iniziale (cioè di non subire perdite sul valore nominale del capitale investito);
b) 5 anni sono il periodo minimo che devo avere davanti per poter effettuare quella che con un 100% azionario diventa in ogni caso una “scommessa”.
In conclusione:
1) l’investimento sul mercato azionario deve essere sempre bilanciato da una componente obbligazionaria in maniera, anche per chi avesse una propensione al rischio – oggettiva e soggettiva – molto elevata, da non superare in azioni il 50% dell'intero proprio patrimonio. Al di là di questa percentuale, infatti, il portafoglio diventa “inefficiente” in termini di rendimento atteso per unità di rischio assunta, o meglio, diventa troppo elevato il rischio addizionale che mi devo assumere per avere il rendimento atteso del mio portafoglio superiore di un punto percentuale : “il rischio non vale la pena di essere corso”, a meno che io non possa estendere il mio orizzonte temporale oltre i 10, 15, fino ai 20 anni.
2) Inoltre, a meno che non si abbiano a disposizione almeno 20 anni della propria vita: quanto più alta sarà la componente azionaria del mio portafoglio tanto più le condizioni del mercato nel momento in cui vi si fa il proprio ingresso, in termini di sopravvalutazione/sottovalutazione ed in termini di Trend (ribassista/rialzista), risulteranno determinanti per il risultato finale dell’investimento.
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Introduciamo allora il secondo luogo comune (usato molto spesso, immaginatevi perché?, da consulenti, banche, etc.): “se esco dal mercato azionario consolido una perdita”. L’unica perdita “consolidata”, si ha in quei casi in cui il valore dell’investimento scende a livelli tali da non essere più recuperabile se non giocandomi “al raddoppio” il capitale rimasto sulla roulette di un casinò (con il rischio quindi di azzerarlo).
Determinare ex-ante la "massima perdita sostenibile", limitando a priori il rischio verso il basso, è la principale regola di rigore per chi investe in strumenti di rischio, qualunque essi siano.
Esempio: Il crollo dei prezzi azionari delle aziende High Tech., a partire dal marzo 2000. Chi avesse investito 100 lire/€ sui massimi di marzo 2000, 100% H.T., senza mai inserire stop-loss, si ritroverebbe (settembre 2002) in perdita di circa il 70% - tutto questo investendo sugli indici, perché il valore di molti titoli si è nel frattempo azzerato - e per tornare sui livelli di partenza il mercato dovrebbe realizzare uno spettacolare 333%. I tassi attesi di crescita nel L.P. per le aziende H.T. sono attualmente (settembre 2002) intorno al 17% (valore ribassato rispetto al 29% del 2000!) e ciò vuol dire che, se tutto va bene, l’investitore potrà rivedere l’intero capitale in termini nominali tra 7 anni e mezzo, più o meno nel 2010. Tutto ciò significa che, se tutto va bene, dopo 10 anni egli si troverà ancora con l’ammontare investito inizialmente. Se invece l’investitore avesse inserito una stop-loss, per es. a - 10%, egli sarebbe uscito dal mercato con 90 lire/€, ma con la possibilità di recuperare il capitale iniziale dopo 3 anni e mezzo, in massima sicurezza, semplicemente investendo in Bot al 3%. Ciò non esclude chiaramente l’utilizzo di strategie alternative, come quella di non uscire completamente dal mercato ma alleggerire continuamente al raggiungimento di livelli successivi e predeterminati di perdita, in maniera da accumulare durante la discesa del mercato dosi crescenti di liquidità - riducendo progressivamente il profilo di rischio. Il fine, è quello di rientrare nuovamente al momento in cui il trend di lungo periodo si invertirà (accelerando così il futuro recupero). Mentre la strategia della stop-loss secca (uscita dal mercato) è indicata per i mercati “speculativi”, una volta seguiti i rigidi criteri dell’Asset Allocation, la strategia di alleggerimento graduale è invece consigliata per i cosiddetti mercati “di investimento” su cui dovrebbe essere impiegato per lo meno l’80% del mio portafoglio.
Ogni strategia di “limitazione del rischio”, che io investa su mercati “di investimento” o “speculativi”, deve essere necessariamente soggettiva e tale da impedire al mio capitale di raggiungere livelli di perdita in cui questa è “consolidata” semplicemente perché il recupero atteso viene dilatato (senza alcuna garanzia) su un tempo indefinitamente lungo.
Tale strategia dipenderà dalle dimensioni del capitale investito, dal mio profilo oggettivo e soggettivo di rischio, dall’orizzonte temporale a mia disposizione, ma non sarà mai il consolidamento di una perdita: significherà semplicemente rendere possibile un recupero, quest’ultimo in tempi ragionevoli, qualsiasi cosa accada sui mercati finanziari.
[Introduzione] [Il Percorso dell'Investitore] [Due luoghi comuni] [Conclusioni]
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